L’arena del ducedi Federico Melotto

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Storia del Partito nazionale fascista a Verona

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Descrizione

«Niente cannibalismo e niente politica» era la frase che amava ripetere il federale Giuseppe Frediani, giunto alla guida della federazione fascista veronese nel maggio 1934. Un motto semplice, schiettamente fascista, che nella sostanza riassumeva i nuovi sistemi di gestione del partito voluti da Mussolini e da Achille Starace, tesi a eliminare ogni residuo di politica liberal-democratica che minacciava di riproporsi, nel sistema a partito unico, come «cannibalismo» e «lotta di fazione». La vicenda del Fascio scaligero, detto anche «Terzogenito» perché nato dopo quelli di Torino e di Genova, fu infatti caratterizzata dal «beghismo» e da lotte intestine al partito e prese corpo nelle piazze della città e della provincia veronese, uscite esangui dalla prima guerra mondiale per merito di uno sparuto gruppo di diciannovisti, fascisti della prima ora, che accolsero e imposero con la forza il verbo mussoliniano. Da lì gli eventi si dipanano passando attraverso la fascistizzazione della società e le dinamiche del consenso. Un consenso plasmato da una classe dirigente periferica rissosa, talvolta corrotta, spesso incapace e arrivista, che fece scempio delle fragili strutture dello Stato liberale. Paragrafo dopo paragrafo, il racconto fotografa i gravi episodi di conflittualità interna, frutto di una deleteria mescolanza tra le peggiori spinte personalistiche dei leader e le motivazioni politico-affaristiche legate al controllo del territorio. In effetti, il fascismo veronese, al pari di molti altri fascismi provinciali, non fu mai realmente pacificato, nonostante i numerosi sforzi compiuti in tal senso dalle gerarchie nazionali.

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«Niente cannibalismo e niente politica» era la frase che amava ripetere il federale Giuseppe Frediani, giunto alla guida della federazione fascista veronese nel maggio 1934. Un motto semplice, schiettamente fascista, che nella sostanza riassumeva i nuovi sistemi di gestione del partito voluti da Mussolini e da Achille Starace, tesi a eliminare ogni residuo di politica liberal-democratica che minacciava di riproporsi, nel sistema a partito unico, come «cannibalismo» e «lotta di fazione». La vicenda del Fascio scaligero, detto anche «Terzogenito» perché nato dopo quelli di Torino e di Genova, fu infatti caratterizzata dal «beghismo» e da lotte intestine al partito e prese corpo nelle piazze della città e della provincia veronese, uscite esangui dalla prima guerra mondiale per merito di uno sparuto gruppo di diciannovisti, fascisti della prima ora, che accolsero e imposero con la forza il verbo mussoliniano. Da lì gli eventi si dipanano passando attraverso la fascistizzazione della società e le dinamiche del consenso. Un consenso plasmato da una classe dirigente periferica rissosa, talvolta corrotta, spesso incapace e arrivista, che fece scempio delle fragili strutture dello Stato liberale. Paragrafo dopo paragrafo, il racconto fotografa i gravi episodi di conflittualità interna, frutto di una deleteria mescolanza tra le peggiori spinte personalistiche dei leader e le motivazioni politico-affaristiche legate al controllo del territorio. In effetti, il fascismo veronese, al pari di molti altri fascismi provinciali, non fu mai realmente pacificato, nonostante i numerosi sforzi compiuti in tal senso dalle gerarchie nazionali.

Informazioni aggiuntive

Autore: Federico Melotto EAN/ISB: 9788868434618
Editore: Donzelli Editore Protezione: none | acs4 |
Formati disponibili: epub Pagine versione cartacea:
Lingua: it Estratto: Leggi

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Informazioni sull'autore

Federico Melotto
Federico Melotto è dottore di ricerca in Scienze storiche e antropologiche e professore a contratto di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Verona. Dal 2013 è inoltre direttore dell’Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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