Il criterio quantitativo della prova testimoniale nelle cause di nullità matrimonialedi Paweł Piotr Labuda

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Il criterio quantitativo nella valutazione della prova testimoniale costituisce uno dei parametri con i quali il giudice può approcciarsi alla valutazione delle deposizioni dei testi, focalizzando l’attenzione sul loro numero. Questo criterio, essendo presente in diversi ordinamenti già dai tempi antichi, è stato recepito anche nel diritto canonico, configurandosi sostanzialmente in due declinazioni: la prima è stata sinteticamente espressa nel noto adagio «unus testis, nullus testis», mentre la seconda nel ritenere come necessaria e sufficiente la prova raccolta dalle deposizioni di due o tre testimoni.
Il presente lavoro, oltre a proporre una tassonomia propria con la quale possono essere denominati entrambi i principi, esamina fonti normative, dottrinali e giurisprudenziali col fine di esporre l’evoluzione del criterio quantitativo nella valutazione della prova testimoniale. Tale evoluzione ha raggiunto il suo momento culminante nel periodo intercodiciale, avendo la dottrina e la giurisprudenza contribuito alla trasformazione del can. 1791 CIC 1917 nell’odierno can. 1573. Ivi, mentre si mantiene in vigore la prima eccezione al principio «unus testis, nullus testis» – ossia quella riguardante il teste qualificato – si permette al giudice di raggiungere la certezza morale anche in base alla deposizione di un solo teste, qualora essa venga corroborata da circostanze di cose e di persone.
Il criterio quantitativo va vagliato anche alla luce del rapporto tra i due sistemi che lungo i secoli reggevano la valutazione delle prove, ossia quello legale e quello libero. Pur ritenendosi ormai quasi superato il primo, si nota la permanenza della natura mista nei vigenti cann. 1573 e 1678, § 2. Essi, indicando al giudice i criteri di valutazione della deposizione di un solo teste, lasciano anche spazio al suo libero apprezzamento, sempre in funzione del raggiungimento della certezza morale.

Paweł Piotr Labuda (1990) è sacerdote dell’Arcidiocesi di Danzica (Gdańsk, Polonia). Ha conseguito nel 2021 la Licenza in diritto canonico presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2024 il Dottorato in diritto canonico presso la medesima Università con la presente tesi e nello stesso anno il diploma di Avvocato Rotale. Attualmente lavora come ufficiale del Tribunale della Rota Romana.

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Il criterio quantitativo nella valutazione della prova testimoniale costituisce uno dei parametri con i quali il giudice può approcciarsi alla valutazione delle deposizioni dei testi, focalizzando l’attenzione sul loro numero. Questo criterio, essendo presente in diversi ordinamenti già dai tempi antichi, è stato recepito anche nel diritto canonico, configurandosi sostanzialmente in due declinazioni: la prima è stata sinteticamente espressa nel noto adagio «unus testis, nullus testis», mentre la seconda nel ritenere come necessaria e sufficiente la prova raccolta dalle deposizioni di due o tre testimoni. Il presente lavoro, oltre a proporre una tassonomia propria con la quale possono essere denominati entrambi i principi, esamina fonti normative, dottrinali e giurisprudenziali col fine di esporre l’evoluzione del criterio quantitativo nella valutazione della prova testimoniale. Tale evoluzione ha raggiunto il suo momento culminante nel periodo intercodiciale, avendo la dottrina e la giurisprudenza contribuito alla trasformazione del can. 1791 CIC 1917 nell’odierno can. 1573. Ivi, mentre si mantiene in vigore la prima eccezione al principio «unus testis, nullus testis» – ossia quella riguardante il teste qualificato – si permette al giudice di raggiungere la certezza morale anche in base alla deposizione di un solo teste, qualora essa venga corroborata da circostanze di cose e di persone. Il criterio quantitativo va vagliato anche alla luce del rapporto tra i due sistemi che lungo i secoli reggevano la valutazione delle prove, ossia quello legale e quello libero. Pur ritenendosi ormai quasi superato il primo, si nota la permanenza della natura mista nei vigenti cann. 1573 e 1678, § 2. Essi, indicando al giudice i criteri di valutazione della deposizione di un solo teste, lasciano anche spazio al suo libero apprezzamento, sempre in funzione del raggiungimento della certezza morale. Paweł Piotr Labuda (1990) è sacerdote dell’Arcidiocesi di Danzica (Gdańsk, Polonia). Ha conseguito nel 2021 la Licenza in diritto canonico presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2024 il Dottorato in diritto canonico presso la medesima Università con la presente tesi e nello stesso anno il diploma di Avvocato Rotale. Attualmente lavora come ufficiale del Tribunale della Rota Romana.

Informazioni aggiuntive

Autore: Paweł Piotr Labuda EAN/ISB:
Editore: EDUSC Protezione: acs4 |
Formati disponibili: pdf Pagine versione cartacea: 249
Lingua: ita Estratto: Leggi

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Informazioni sull'autore

Paweł Piotr Labuda
Paweł Piotr Labuda (1990) è sacerdote dell’Arcidiocesi di Danzica (Gdańsk, Polonia). Ha conseguito nel 2021 la Licenza in diritto canonico presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2024 il Dottorato in diritto canonico presso la medesima Università con la presente tesi e nello stesso anno il diploma di Avvocato Rotale. Attualmente lavora come ufficiale del Tribunale della Rota Romana.

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