Ritorno a “La mia Rimini”

EBOOK

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Introduzione di Paolo Fabbri

COD: EDGT5672

Descrizione

Questa Rimini, implicita nelle immagini, è sempre presente attraverso la lingua, doppiata dalla sua parola, “una parola fatta di aste, di soldatini in fila” (FF). Nel 1947, al suo ritorno alla città distrutta dalla guerra, Fellini, ormai romano, nel “cratere lunare” delle macerie riminesi ascolta il suono dei nomi e la parlata dei superstiti. Li riconosce e si riconosce nella sinestesia del suo ascolto colorato. Fellini abita il suo dialetto – non facile da capire: “come se un cinese parlasse con la testa sott’acqua” (FF) – al punto che anche una bestemmia come “Osciadlamadona” gli sembrava d’una sonorità più bella di “Rasciomon”. Lo prova quella sequenza fonetica che – con “AsaNIsiMAsa”, – compone la sua parola talismano: “Amarcord”. Trovata scarabocchiando, venne scelta al posto del vecchio titolo “Ebourg”, una “parola dura, gotica, arcana” da conservare per intero nell’arca della memoria. Amarcord invece, scrive Fellini, è “una paroletta bizzarra, un carillon, una capriola fonetica un suono cabalistico, la marca di un aperitivo…”. “Una parola che nella sua stravaganza potesse diventare la sintesi, il punto di riferimento, quasi il riverbero sonoro di un sentimento, di uno stato d’animo, di un atteggiamento, di un modo i sentire e di pensare duplice, controverso, contraddittorio, la convivenza di due opposti, la fusione di due estremi come distacco e nostalgia, giudizio e complessità, rifiuto e adesione, tenerezza e ironia, fastidio e strazio”. Amarcord, un nome proprio, l’esplicito sinonimo di Rimini?!

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Questa Rimini, implicita nelle immagini, è sempre presente attraverso la lingua, doppiata dalla sua parola, “una parola fatta di aste, di soldatini in fila” (FF). Nel 1947, al suo ritorno alla città distrutta dalla guerra, Fellini, ormai romano, nel “cratere lunare” delle macerie riminesi ascolta il suono dei nomi e la parlata dei superstiti. Li riconosce e si riconosce nella sinestesia del suo ascolto colorato. Fellini abita il suo dialetto - non facile da capire: “come se un cinese parlasse con la testa sott’acqua” (FF) - al punto che anche una bestemmia come “Osciadlamadona” gli sembrava d’una sonorità più bella di “Rasciomon”. Lo prova quella sequenza fonetica che - con “AsaNIsiMAsa”, - compone la sua parola talismano: “Amarcord”. Trovata scarabocchiando, venne scelta al posto del vecchio titolo “Ebourg”, una “parola dura, gotica, arcana” da conservare per intero nell’arca della memoria. Amarcord invece, scrive Fellini, è “una paroletta bizzarra, un carillon, una capriola fonetica un suono cabalistico, la marca di un aperitivo…”. “Una parola che nella sua stravaganza potesse diventare la sintesi, il punto di riferimento, quasi il riverbero sonoro di un sentimento, di uno stato d’animo, di un atteggiamento, di un modo i sentire e di pensare duplice, controverso, contraddittorio, la convivenza di due opposti, la fusione di due estremi come distacco e nostalgia, giudizio e complessità, rifiuto e adesione, tenerezza e ironia, fastidio e strazio”. Amarcord, un nome proprio, l’esplicito sinonimo di Rimini?!

Informazioni aggiuntive

Autore: EAN/ISB:
Editore: Protezione:
Formati disponibili: Pagine versione cartacea:
Lingua: Estratto:

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