La psicologia della zia riccadi Erich Mühsam

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«La zia ricca è immortale!» è la tesi che si propone di dimostrare il sarcastico narratore di questo piccolo libro: una “antolozia”, come recita lo scherzoso sottotitolo originale, di racconti esemplari che vedono opposti avidi nipoti a zie tanto benestanti quanto longeve, perché «esiste una specie umana assolutamente immune da ogni contagio letale, anche al contatto con la venefica mano della Signora Morte: è la stirpe delle zie ricche delle quali tanti si credon gli eredi». Manco a dirlo, in tutte queste storie le fatiche dei nipoti per assicurarsi un’eredità – tra ruffianerie, sotterfugi rocamboleschi e soprattutto lunghe, estenuanti attese – si risolvono immancabilmente in fallimento; ma è un fallimento che, per quanto annunciato, riesce sempre, grazie al talento comico di Erich Mühsam (attivo anche come cabarettista), a prendere il lettore in contropiede. Proprio nella capacità di declinare in modi sempre nuovi il triangolo zia-nipote-ricchezza sta il divertimento di La psicologia della zia ricca, uscito originariamente nel 1905. Questi venticinque racconti ci calano tra le tappezzerie e i soprammobili di un mondo popolato di mecenatesse, pellicciai, esattori delle imposte e pittrici (del resto, «che fra venticinque zie ricche ce ne sia una pittrice è ovvio e naturale»). Ma, avanzando nella lettura, quelle che parevanostorielle spiritose si rivelano una mordente critica del capitalismo e della morale borghese: un tassello della militanza politica che nel 1933 avrebbe attirato su Mühsam, l’«ebreo rosso», le ire del Terzo Reich.

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«La zia ricca è immortale!» è la tesi che si propone di dimostrare il sarcastico narratore di questo piccolo libro: una “antolozia”, come recita lo scherzoso sottotitolo originale, di racconti esemplari che vedono opposti avidi nipoti a zie tanto benestanti quanto longeve, perché «esiste una specie umana assolutamente immune da ogni contagio letale, anche al contatto con la venefica mano della Signora Morte: è la stirpe delle zie ricche delle quali tanti si credon gli eredi». Manco a dirlo, in tutte queste storie le fatiche dei nipoti per assicurarsi un’eredità – tra ruffianerie, sotterfugi rocamboleschi e soprattutto lunghe, estenuanti attese – si risolvono immancabilmente in fallimento; ma è un fallimento che, per quanto annunciato, riesce sempre, grazie al talento comico di Erich Mühsam (attivo anche come cabarettista), a prendere il lettore in contropiede. Proprio nella capacità di declinare in modi sempre nuovi il triangolo zia-nipote-ricchezza sta il divertimento di La psicologia della zia ricca, uscito originariamente nel 1905. Questi venticinque racconti ci calano tra le tappezzerie e i soprammobili di un mondo popolato di mecenatesse, pellicciai, esattori delle imposte e pittrici (del resto, «che fra venticinque zie ricche ce ne sia una pittrice è ovvio e naturale»). Ma, avanzando nella lettura, quelle che parevanostorielle spiritose si rivelano una mordente critica del capitalismo e della morale borghese: un tassello della militanza politica che nel 1933 avrebbe attirato su Mühsam, l’«ebreo rosso», le ire del Terzo Reich.

Informazioni aggiuntive

Autore: Erich Mühsam EAN/ISB:
Editore: Edizioni Casagrande Protezione: acs4 |
Formati disponibili: epub Pagine versione cartacea:
Lingua: ita Estratto:

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Informazioni sull'autore

Erich Mühsam
Erich Mühsam (Berlino, 1878 – Oranienburg, 1934), nato in una famiglia benestante di origini ebraiche, fu un protagonista della scena letteraria e politica tedesca del primo Novecento. Anarchico, pacifista e strenuo oppositore del nazionalsocialismo, pubblicò articoli e saggi politici, poesie di denuncia, testi teatrali e prose satiriche (tra cui «La psicologia della zia ricca»), da cui emerge la sua avversione per la morale borghese e il capitalismo. Visitò più volte la comune del Monte Verità, nel Canton Ticino, che raccontò – senza lesinare le critiche – nell’opuscolo Ascona (1905), comprendente una scherzosa «Canzone del vegetariano». Per il suo sostegno al governo rivoluzionario della Baviera, nel 1919 fu accusato di alto tradimento; trascorse in carcere cinque anni, durante i quali continuò a scrivere e tenne lezioni di «socialismo scientifico» rivolte agli altri prigionieri. Nel 1933, con l’ascesa del nazionalsocialismo, il regime decise di fare dell’«ebreo rosso» una vittima esemplare: nuovamente imprigionato, morì l’anno successivo nel campo di concentramento di Oranienburg.

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