Il cappello del pretedi Emilio De Marchi

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Descrizione

Carlo Coriolano di Santafusca, “u barone”, ha un’enorme impellenza: restituire quindicimila lire al Sacro Monte delle Orfanelle, ed evitare così il Tribunale. Ma, asservito al gioco, è nell’albo degli insolvibili e non può cancellare il debito. Don Cirillo, “u prevete”, vorrebbe lasciare Napoli “per omnia secula” e trasferirsi in una stanza del collegio arcivescovile. Non ne può più di vivere “nel suo bugigattolo, in mezzo allo squallore della più sordida avarizia” e di essere subissato dai popolani che gli chiedono numeri da giocare al lotto. Il parroco è ricco, più di quanto ci si aspetterebbe da un pretuzzo vile e rugginoso, e lo è poiché dedito più alle opere personali che alle opere di bene. Presta denaro alla povera gente, e certo non per carità, e sfrutta la nomea di essere abile nell’indovinare i numeri. Così Santafusca pensa a don Cirillo per risolvere la propria impellenza e don Cirillo vuole approfittarne per cambiar vita e città. È così impellenza e desiderio s’incontrano, per assolvere l’una alla realizzazione dell’altro. Ma fra l’una e l’altro s’insinuano l’idea di un attimo e un disegno avido, accomunati dalla speranza di un inaspettato guadagno. Coriolano gli fa una proposta, e don Cirillo l’accetta: acquistare la Villa di Santafusca. Insieme, seppur rispettivamente ignari, tessono una “lurida tela”, e scrivono il medesimo copione di morte e dannazione. Il prete ha in animo di abbindolare il barone e il barone ha in animo di far sparire il prete. Il caso vuole che “u prevete acquisti un cappello proprio il giorno dell’appuntamento col barone e il nuovo cappello sembra assumere vita propria, nello sfondo di una Napoli oscura in cui si muovono povera gente e nobili dai tratti equivoci.

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Carlo Coriolano di Santafusca, “u barone”, ha un’enorme impellenza: restituire quindicimila lire al Sacro Monte delle Orfanelle, ed evitare così il Tribunale. Ma, asservito al gioco, è nell’albo degli insolvibili e non può cancellare il debito. Don Cirillo, “u prevete”, vorrebbe lasciare Napoli “per omnia secula” e trasferirsi in una stanza del collegio arcivescovile. Non ne può più di vivere “nel suo bugigattolo, in mezzo allo squallore della più sordida avarizia” e di essere subissato dai popolani che gli chiedono numeri da giocare al lotto. Il parroco è ricco, più di quanto ci si aspetterebbe da un pretuzzo vile e rugginoso, e lo è poiché dedito più alle opere personali che alle opere di bene. Presta denaro alla povera gente, e certo non per carità, e sfrutta la nomea di essere abile nell’indovinare i numeri. Così Santafusca pensa a don Cirillo per risolvere la propria impellenza e don Cirillo vuole approfittarne per cambiar vita e città. È così impellenza e desiderio s’incontrano, per assolvere l’una alla realizzazione dell’altro. Ma fra l’una e l’altro s’insinuano l’idea di un attimo e un disegno avido, accomunati dalla speranza di un inaspettato guadagno. Coriolano gli fa una proposta, e don Cirillo l’accetta: acquistare la Villa di Santafusca. Insieme, seppur rispettivamente ignari, tessono una “lurida tela”, e scrivono il medesimo copione di morte e dannazione. Il prete ha in animo di abbindolare il barone e il barone ha in animo di far sparire il prete. Il caso vuole che “u prevete acquisti un cappello proprio il giorno dell’appuntamento col barone e il nuovo cappello sembra assumere vita propria, nello sfondo di una Napoli oscura in cui si muovono povera gente e nobili dai tratti equivoci.

Informazioni aggiuntive

Autore: Emilio De Marchi EAN/ISB:
Editore: Bibi Book Protezione: acs4 |
Formati disponibili: epub Pagine versione cartacea:
Lingua: ita Estratto: Leggi

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Informazioni sull'autore

Emilio De Marchi
Emilio De Marchi (Milano 1851 – Milano 1901) autore di racconti e romanzi, giornalista e traduttore è ritenuto fra i più importanti narratori del secondo ottocento italiano.

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