Dire Dio. Per un’ermeneutica del linguaggio religioso

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Descrizione

EDITORIALE
Dire Dio: poetica e linguaggio religioso in Paul Ricoeur
Dobbiamo subito dichiarare due limiti di quest’Editoriale. Abbiamo scelto di dedicarlo esclusivamente a Ricoeur e questo perché, mentre il contributo di Jiingel costituisce un discorso in sé compiuto e autonomo, i due saggi di Ricoeur sono, a nostro avviso, di più difficile comprensione se non vengono situati nel complesso della sua filosofia del linguaggio che è, della sua ricerca, la parte più recente e forse meno nota in Italia. Il nostro Editoriale vorrebbe aiutare a contestualizzare la tesi ricoeuriana di una ‘verità metaforica’ nel più vasto quadro della sua filosofia ermeneutica.
Il secondo limite è interno a questa nostra ricostruzione: abbiamo scelto di non sviluppare la teoria del testo e quindi la strategia propria alla scrittura, limitandoci alla strategia del discorso poetico; questo per non sovrapporci al primo saggio che ampiamente svolge tale analisi.
ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE
«Wovon man nicht sprechen kann, dariiber muss man schweigem>. Pesa, sulla coscienza dei credenti, ma non di essi soltanto il giudizio che conclude il Tractatus Logico-Philosophicus di Wittgenstein: ciò di cui non si può parlare, bisogna tacerlo. Ma se il nostro linguaggio è eminentemente linguaggio d’oggetti, come potrà esprimere Colui che non conosciamo alla maniera degli oggetti? Certo, se «il senso di una proposizione è il metodo della sua verificazione» una proposizione che non soddisfi a questo cardine del positivismo logico è «letteralmente priva di senso».
E non può che esser tale: gli oggetti della nostra manipolazione ci nascondono una appartenenza più profonda, radicale, originaria: «Come canteremo i canti di Jahve in terra straniera?». Davvero solo al di là della chiusura dell’orizzonte quotidiano, dell’esperienza ordinaria, al di là di un mero rapporto soggetti-oggetti, al di là di questo estraneamento, è possibile dire Dio.
« Così dire Dio, prima d’essere un atto di cui io sono capace è ciò che fanno i testi prediletti quando sfuggono ai loro autori, all’ambiente nel quale sono stati redatti, al loro primo destinatario, – quando dispiegano il loro mondo – quando manifestano poeticamente e in tal modo rivelano un mondo che noi potremmo abitare».
Paul Ricoeur, nel saggio dal quale abbiamo ricavato il titolo di questo editoriale, assimila esplicitamente i testi biblici – quindi il linguaggio religioso – ai testi poetici. Tale assimilazione, che è anche l’oggetto quasi esclusivo del nostro studio, tende ad una duplice affermazione: linguaggio religioso e linguaggio poetico non sono separabili sulla base di una funzione descrittiva che sarebbe propria del primo linguaggio e di una funzione emozionale, soggettiva propria del secondo. Situare il linguaggio religioso entro la poetica significa superare questa rovinosa dicotomia.
In secondo luogo, vuol dire rinunciare a considerare il linguaggio religioso come linguaggio ‘a parte’, quasi che la Parola di Dio esigesse, per custodire la propria alterità, un linguaggio appropriato ed esclusivo. La via battuta da Ricoeur è agli antipodi: è quella che va al fondo delle parole e dei linguaggi per rinvenirvi le condizioni d’una parola e d’un linguaggio che dicano una dimensione di rivelazione, che siano perciò una prima iniziale approssimazione della Parola e della rivelazione. Il linguaggio, nella sua funzione poetica, è linguaggio di manifestazione, è luogo di rivelazione dell’orizzonte originario del nostro essere nel mondo.

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EDITORIALE Dire Dio: poetica e linguaggio religioso in Paul Ricoeur Dobbiamo subito dichiarare due limiti di quest'Editoriale. Abbiamo scelto di dedicarlo esclusivamente a Ricoeur e questo perché, mentre il contributo di Jiingel costituisce un discorso in sé compiuto e autonomo, i due saggi di Ricoeur sono, a nostro avviso, di più difficile comprensione se non vengono situati nel complesso della sua filosofia del linguaggio che è, della sua ricerca, la parte più recente e forse meno nota in Italia. Il nostro Editoriale vorrebbe aiutare a contestualizzare la tesi ricoeuriana di una 'verità metaforica' nel più vasto quadro della sua filosofia ermeneutica. Il secondo limite è interno a questa nostra ricostruzione: abbiamo scelto di non sviluppare la teoria del testo e quindi la strategia propria alla scrittura, limitandoci alla strategia del discorso poetico; questo per non sovrapporci al primo saggio che ampiamente svolge tale analisi. ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE «Wovon man nicht sprechen kann, dariiber muss man schweigem>. Pesa, sulla coscienza dei credenti, ma non di essi soltanto il giudizio che conclude il Tractatus Logico-Philosophicus di Wittgenstein: ciò di cui non si può parlare, bisogna tacerlo. Ma se il nostro linguaggio è eminentemente linguaggio d'oggetti, come potrà esprimere Colui che non conosciamo alla maniera degli oggetti? Certo, se «il senso di una proposizione è il metodo della sua verificazione» una proposizione che non soddisfi a questo cardine del positivismo logico è «letteralmente priva di senso». E non può che esser tale: gli oggetti della nostra manipolazione ci nascondono una appartenenza più profonda, radicale, originaria: «Come canteremo i canti di Jahve in terra straniera?». Davvero solo al di là della chiusura dell'orizzonte quotidiano, dell'esperienza ordinaria, al di là di un mero rapporto soggetti-oggetti, al di là di questo estraneamento, è possibile dire Dio. « Così dire Dio, prima d'essere un atto di cui io sono capace è ciò che fanno i testi prediletti quando sfuggono ai loro autori, all'ambiente nel quale sono stati redatti, al loro primo destinatario, - quando dispiegano il loro mondo - quando manifestano poeticamente e in tal modo rivelano un mondo che noi potremmo abitare». Paul Ricoeur, nel saggio dal quale abbiamo ricavato il titolo di questo editoriale, assimila esplicitamente i testi biblici - quindi il linguaggio religioso - ai testi poetici. Tale assimilazione, che è anche l'oggetto quasi esclusivo del nostro studio, tende ad una duplice affermazione: linguaggio religioso e linguaggio poetico non sono separabili sulla base di una funzione descrittiva che sarebbe propria del primo linguaggio e di una funzione emozionale, soggettiva propria del secondo. Situare il linguaggio religioso entro la poetica significa superare questa rovinosa dicotomia. In secondo luogo, vuol dire rinunciare a considerare il linguaggio religioso come linguaggio 'a parte', quasi che la Parola di Dio esigesse, per custodire la propria alterità, un linguaggio appropriato ed esclusivo. La via battuta da Ricoeur è agli antipodi: è quella che va al fondo delle parole e dei linguaggi per rinvenirvi le condizioni d'una parola e d'un linguaggio che dicano una dimensione di rivelazione, che siano perciò una prima iniziale approssimazione della Parola e della rivelazione. Il linguaggio, nella sua funzione poetica, è linguaggio di manifestazione, è luogo di rivelazione dell'orizzonte originario del nostro essere nel mondo.

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Formati disponibili: Pagine versione cartacea:
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